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Presentazioni & Concerti

Gianmaria Testa al Ciak di Milano
di Giorgio Maimone

"Però è bravo!" Ottenuto il viatico anche da Fernanda Pivano, presente tra il pubblico e applaudita a sua volta al suo arrivo dalla nutrita platea (e galleria) del Ciak, Gianmaria Testa non ha da dolersi del concerto di Milano: due chiamate per i bis e un ascolto attento e partecipe, come immagino avvenga spesso ai suoi concerti.

Prima o poi, infatti, bisogna imbattersi in un concerto di Gianmaria Testa. Anche per scrollarsi di dosso alcune idee fisse. Ad esempio che Testa sia uno ingessato in scena e magar anche un po' triste. Ebbene: ho riso durante il concerto di Gianmaria Testa al Ciak! Mi sono diverito. Non per il tema del concerto ovviamente. Che, come è facile prevedere, era quello dei migranti del nostro tempo. Un tema serio e delicato, trattato soprattutto dal punto di vista umano (e questo è tanto più raro e difficile) e meno da quello politico. Con evidenti e voluti richiami a quando, non molto tempo fa, i migranti eravamo noi.

“Anch'io - dice Gianmaria - quando arrivo a un incrocio e vedo appostati i lavavetri extracomunitari, spero sempre che il semaforo resti verde. Fa che resti verde, fa che resti verde ... Tac! Scatta il rosso. A questo punto sia che dia l'elemosina, perché è di quello che si tratta, sia che non la dia, riparto sempre con una doppia sensazione dentro: di rabbia e di vergogna". Tutto questo Testa ha cercato di metterlo nei solchi di "Da questa parte del mare", distillando l'essenza di un grande lavoro e, pressoché con la stessa scaletta lo ha impaginato per questa tournée per i teatri d'Italia che segue il fortunato tour francese che ha visto tutte le tappe segnare il "tutto esaurito".

Si parte quindi con "Seminatori di grano", inquetante e solenne, quasi come fosse avvero l'inizio di una cantata laica e si prosegue con "Rrock", con quel lungo finale dove la voce di Gianmaria e il clarinetto dell'ottimo Piero Ponzo si intrecciano fino a ricreare l'idea (ma solo l'idea) di un canto etnico africano: la voce del padre che rimane in patria, mentre il figlio decide di partire. "E mio padre non c'è/ è rimasto da solo a masticare la strada / perché dice che tanto / sarà guerra comunque / e dovunque si vada".

Seguono, come da programma, "Forse qualcuno domani" e "Una barca scura" che dal vivo guadagna rispetto alla versione, molto scura del disco. Meno soffiata e sussurrata, più rabbiosa, ottima introduzione della successiva e violenta "Tela di ragno", il brano che fornisce l'esca per parlare dei lavavetri fermi ai semafori. Ma non è l'unico momento in cu Gianmaria parla. Parla molto, introduce i brani, prima più compreso, poi sempre più sciolto. Scherza sul fatto di essere a Milano, di avere su una giacca da mezza stagione, ma che le mezze stagioni non esistono più e quindi col suo "frescolana" si sta facendo un bagno di sudore niente male. Ma non può togliersi la giacca perché stto ha una maglietta con le maniche corte. E poi siamo a Milano! Ma i musicisti hanno trasgredito l'ordine della giacca e quindi è il solo ad averla addosso.

Musicisti che sono bravissimi e oltre a Piero Ponzo che suona clarinetto, sax e fiat, comprendono Emanuele Dell'Aquila alla chitarra elettrica, col difficile compito di rifare gli assoli che su disco spettavano a Bill Frisell, Nicola Negrini al contrabbasso e Philippe Garcia alla batteria, oltre allo stesso Gianmaria alla chitarra acustica, tranne, in una sola occasione, all'elettrica. E' tempo del primo intervallo, ma è un'intervallo in musica. Gianmaria spiega che, curiosamente, per una di quelle strane anomalie della storia, gli italiani del sud sono emigrati verso l'America del Nord e gli italiani del nord, prevalentemente hanno fatto rotta verso il Sudamerica. Così a Buenos Aires si chiamano tutti Testa! Ogni tanto qualcuno tornava e portava e musiche di quei luoghi: il tango, l'habanera. Ma non erano rigorosi. Erano musiche portate ad orecchio. E da quel brodo di coltura è nata, ad esempio "Preferisco così".

Seguono una versione molto ritmata de "Il viaggio" (bellissima!) e "Dentro la tasca di un qualunque mattino", sempre più delicata, sempre più dolce ed è già ora di tornare all'album per il celebrare il quale siamo convenuti al Ciak. Indimenticabile "Il passo e l'incanto", coinvolgente e intimo come se fosse una musica che ci portiamo dentro da sempre. "Di certi posti guardo soltanto il mare / il mare scuro che non si scandaglia / il mare e la terra che prima o poi ci piglia / e lascio la strada agli altri, lascio l'andare / e agli altri un parlare che non m'assomiglia". Una canzone che sa togliere il fiato e che appartiene alle sfere alte della musica. Ma si sa che la seconda parte del disco contiene solo gemme: "3/4" non fa eccezione, con il suo piccolo racconto delicato di una storia d'amore di altri confini, altre terre, altra pelle, ma stessi sentimenti: "Volevo tenere per te / una sola di tante stagioni / ma volevo che fosse per te / per te sola e tutti gli altri di fuori".

Ci fosse stato un applausometro sarebbe poi saltato per aria con "Al mercato di Porta Palazzo" con quella sua aria da "Bocca di rosa" del secondo millennio. Satira sociale e ritornello travolgente solo strumentale. La lezione di Fabrizio De André imparata bene, mandata a memoria e assimilato. "Dal letame nascono i fiori" e quei "tra i fiori nasce un bambino". "Adesso siamo pronti per matrimoni e compleanni" chiosa Gianmaria al termine del tornado di applausi. Comunque bello. Devo confessare che non mi ricordo di aver sentito "Ritals", forse la canzone più bella del disco, ma potrebbe essere un vuoto di memoria. Ricordo invece bene la "Miniera" di Bixio -Cherubini, anche per averla appena sentita sul disco di Fabrizio Poggi: "La storia si canta". Strano destino di una canzone: scritta nel '27, grande successo per decenni, poi dimenticata e ora ripresa in due dischi contemporanei e usciti in contemporanea!

Seconda pausa e spazio per "Valzer di un giorno", Joking Lady" e "Gli amanti di Roma" ed è anche l'ccasione per Gianmaria di un pezzo di cabaret sulle disavventure di un cuneese che va a Parigi. "Dovete sapere che per noi di Cuneo Parigi è un po' un luogo dell'anima. Esisterà Parigi? Mah? Con questo spirito sono partito per andare a firmare il mio primo contratto discografic. Era un'occasione importante e allora sono partito di notte, col treno da Torino delle 22,47 che arrivava alla Gare De Lyon, adesso invece è alle 23,20 e arriva alla Gare de Bercy che è pure più scomoda ... ma queste sono chiacchiere da ferroviere!" Insomma, forse non ci crederete, ma la storia di Gianmaria a Parigi è veramente spassosa. Con "Polvere di gesso" l'excursus è completo su tutti i dischi di Gianmaria. E' tempo di salutare e di andare via.

Un momento. Il pubblico non è per niente d'accordo. Si torna sul palco per il breve lampo de "La nostra città", ultima canzone del disco nuovo e "Aeroplano a vela". Ma non basta ancora, secondo bis ed è la volta di una "La ca sla colin-a" fatta dal solo Gianmaria, mai così bella. Triumpho, orejas y musica come scriveva Brera e la frase sospirata dalla Pivano: "Però è bravo!". Un capitolo del prossimo libro della Nanda nazionale inizierà inevitabilmente con "Ah, questo Gianmaria!", viatico indispensabile per un duraturo successo mondano.

13-11-2006
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