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BiELLE Eventi
Il calendario dell'avvento
I Luf cantano Guccini
"Sei canzoni per tirare Natale"
Francesco Guccini
Quando un giorno si farà la storia della canzone d'autore italiana al Maestrone di Pavana spetterà un posto di assoluta rilevanza, sia per lo spessore della produzione artistica, sia per la durata della sua attività che ha attraversato dagli anni '50 in poi tutte le stagioni della canzone italiana: dai primi vagiti di rock & roll che si incrociavano col liscio ("Di mamma ce n'è una sola", "Il bello"), al beat dei primordi ("E' dall'amore che nasce un uomo", "Come potete giudicare", "Bang Bang"), alla canzone di protesta ("Dio è morto", "Il sociale e l'antisociale", "L'atomica cinese", "La primavera di Praga"), all'epoca d'oro dei cantautori ("Incontro", "Radici", "Un altro giorno è andato"), ai primi segni di riflusso ("La canzone delle osterie di fuori porta", "La canzone delle tristi rinunce") e poi via via su per i difficili anni '80 ("Bisanzio", "Venezia"), per i contrastanti anni '90 ("Samantha", "Canzone per Silvia") e gli stramaledetti anni zero lo hanno visto ancora in pista con "Stagioni" e "Piazza Alimonda".
In programma: "Bologna", "Canzone per un'amica", "Auschwitz", "Canzone per Silvia", "Eskimo" e "Il vecchio e il bambino" I Luf
I Luf nascono un bel giorno a inizio millennio quando si accorgono che come gruppo rock erano uno tra i tanti, come gruppo di folk rock invece riuscivano ad avere un impatto molto maggiore. E così, dietro Dario Canossi si sono allineati una decine di persone, raggruppate in un collettivo di "belle speranze" che ogni paio d'anni ha sfornato un album di valore. Da "Ocio ai Luf" del 2003, a "Bala e fa balà" del 2005, da "Paradis del Diaol" del 2007 a "Flel" di inizio 2010. Ora, visto che i buoni Luf, come i Lupi veri, proprio fermi non ci sanno stare hanno deciso di intraprendere due iniziative nuove, entrambi per Natale. In primo luogo una nuova strenna natalizia per il pubblico dei loro concerti (una tradizione giunta ormai al quinto anno) e dall'altro lato una strenna per il pubblico di Bielle: sei canzoni di Guccini, reinterpretate e "lufizzate" da Canossi e soci, anticipazione di un lavoro più ampio sul maestrone attualmente in preparazione.

"Canzone per Silvia", cantar politico perché la politica serve

Silvia è Silvia Baraldini. Un piccolo passo indietro per spiegare di chi si tratta e perché Guccini ha deciso di dedicarle una canzone. Esponente di un partito rivoluzionario (Black Panther Party) attivo negli Stati Uniti negli anni '70 e '80 del secolo scorso, che combatteva per i diritti civili dei neri, fu condannata nel 1983 a una pena cumulativa di 43 anni di carcere negli Stati Uniti per concorso in evasione, associazione sovversiva, due tentate rapine e ingiuria al tribunale. Dopo la condanna si sono sviluppati negli Stati Uniti e in Italia gruppi di appoggio che giustificavano le sue attività terroristiche e ritenevano la condanna sproporzionata e persecutoria. Il forte sostegno alla sua causa da parte dei partiti di sinistra ha portato alla estradizione in Italia nel 1999. Secondo alcuni tale concessione è stata una contropartita ottenuta dal governo D'Alema per l'appoggio alla guerra degli Usa in Kosovo. Dopo alcuni anni di arresti domiciliari Silvia Baraldini è stata scarcerata il 26 settembre 2006 per effetto dell'indulto. Guccini partecipò in prima persona a questa forte campagna mediatica per la liberazione della Baraldini, col mezzo a lui più consono: scrivendo una canzone e interpretandola ovunque nei suoi concerti, fino a farla diventare uno tra i pezzi, relativamente nuovi, più amati. "Canzone per Silvia" faceva parte dell'album "Parnassius Guccini", quello con la farfalla in copertina, uscito nel 1993. Tra i tanti motivi per cui la canzone piacque c'era anche il fatto che simboleggiava un ritorno all'impegno per Guccini e lo stile scelto, chitarra e armonica, era quello del Bob Dylan degli esordi.
Il testo merita di essere riportato in toto.

Il cielo dell' America son mille cieli sopra a un continente,
il cielo della Florida è uno straccio che è bagnato di celeste,
ma il cielo là in prigione non è cielo, è un qualche cosa che riveste
il giorno e il giorno dopo e un altro ancora sempre dello stesso niente.

E fuori c'è una strada all' infinito, lunga come la speranza,
e attorno c'è un villaggio sfilacciato, motel, chiese, case, aiuole,
paludi dove un tempo ormai lontano dominava il Seminole,
ma attorno alla prigione c'è un deserto dove spesso il vento danza.

Son tanti gli anni fatti e tanti in più che sono ancora da passare,
in giorni e giorni e giorni che fan mesi che fan anni ed anni amari;
a Silvia là in prigione cosa resta? Non le resta che guardare
l' America negli occhi, sorridendo coi suoi limpidi occhi chiari...

Già, l' America è grandiosa ed è potente, tutto e niente, il bene e il male,
città coi grattacieli e con gli slum e nostalgia di un grande ieri,
tecnologia avanzata e all' orizzonte l' orizzonte dei pionieri,
ma a volte l' orizzonte ha solamente una prigione federale.

L' America è una statua che ti accoglie e simboleggia, bianca e pura,
la libertà, e dall' alto fiera abbraccia tutta quanta la nazione,
per Silvia questa statua simboleggia solamente la prigione
perchè di questa piccola italiana ora l' America ha paura.

Paura del diverso e del contrario, di chi lotta per cambiare,
paura delle idee di gente libera, che soffre, sbaglia e spera.
Nazione di bigotti! Ora vi chiedo di lasciarla ritornare
perchè non è possibile rinchiudere le idee in una galera...

Il cielo dell' America son mille cieli sopra a un continente,
ma il cielo là rinchiusi non esiste, è solo un dubbio o un' intuizione;
mi chiedo se ci sono idee per cui valga restare là in prigione
e Silvia non ha ucciso mai nessuno e non ha mai rubato niente.

Mi chiedo cosa pensi alla mattina nel trovarsi il sole accanto
o come fa a scacciare fra quei muri la sua grande nostalgia
o quando un acquazzone all' improvviso spezza la monotonia,
mi chiedo cosa faccia adesso Silvia mentre io qui piano la canto...

Mi chiedo ma non riesco a immaginarlo: penso a questa donna forte
che ancora lotta e spera perchè sa che adesso non sarà più sola.
La vedo con la sua maglietta addosso con su scritte le parole
"che sempre l' ignoranza fa paura ed il silenzio è uguale a morte",
"che sempre l' ignoranza fa paura ed il silenzio è uguale a morte",
"che sempre l' ignoranza fa paura... ed il silenzio è uguale a morte"...

Le solite locomotive di apprezzamento vedono la versione di Guccini quotata a 5 locomotive e quella dei Luf la raggiunge a quota 5 . Ascoltatela: scarica "Canzone per Silvia" dei Luf.



"Il vecchio e il bambino", dalla fantascienza agli zingari


"Il vecchio e il bambino" è uno dei maggiori classici gucciniani, un brano che si ascolta una volta e si fa fatica a scollarsi, pubblicato in "Radici", album del 1972, e scritta probabilmente qualche anno prima "Il vecchio e il bambino" risente positivamente del clima di riscoperta della fantascienza che animava gli anni '60. La fantascienza che traeva le sue origini in Robert Scheckley, Philip K. Dick, Richard Matheson o, guardando più indietro Ray Bradbury e Isaac Asimov. Quel bacino di fantasia stellare che fornirà i migliori semi per l'indimenticabile serie telvisiva "Ai confini della realtà". Guccini è culture di fantascienza e anche sceneggiatore delle "Storie dallo spazio profondo" disegnate da Bonvi e con lui concepite. Inoltre alle spalle c'è anche Bob Dylan e il suo canto sulla "dura pioggia che cadrà", inteso come fallout nucleare. Con tutti questi stimoli in testa (e probabilmente altri ancora) Francesco Guccini ha la visione millenaristica di questa canzone che, mutatis mutandis, ricorda moltissimo la situazione di raccontata da Cormac McCharty in "The road".

Un vecchio e un bambino si preser per mano
e andarono insieme incontro alla sera;
la polvere rossa si alzava lontano
e il sole brillava di luce non vera...

L' immensa pianura sembrava arrivare
fin dove l'occhio di un uomo poteva guardare
e tutto d' intorno non c'era nessuno:
solo il tetro contorno di torri di fumo...

Se fate mente locale vi accorgerete anche che lo stesso Guccini già aveva parlato di argomenti simili in "Noi non ci saremo" ("Vedremo soltanto una sfera di fuoco /più grande del sole, più vasta del mondo") e in "L'atomica cinese" ("Si è levata dai deserti in Mongolia occidentale / una nuvola di morte, una nuvola spettrale"). I Luf propongono una strana versione che non posso dire mi convinca del tutto. Ma il cambio di clima sonoro porta anche a un cambio di scenario ideale. Le fisarmoniche e i violini trasformano il quadro apocalittico in una sorta di moderna fiaba ambientalista, dove un gitano anziano spiega al nipote le trasformazioni della natura. Potrebbe anche essere semplicemente guerra e svolgersi nei Balcani. Siamo comunque in un vistoso altrove musicale rispetto a quello immaginato (e realizzato da Guccini). La musica è più veloce, la batteria picchia (troppo) e la voce racconta senza enfasi. Una storia piana, non apocalittica, diversa. Un altro film con colori meno lividi. Finiamo con le solite locomotive di apprezzamento: la versione di Guccini è da 5 locomotive con tendenza verso il sei e quella dei Luf da 3 . Poi si apra il dibattito.

Ascoltatela un po' anche voi e fateci sapere un parere: scarica "Il vecchio e il bambino" dei Luf.



"Auschwitz o La canzone del bambino nel vento"

Risaliamo indietro nel tempo e arriviamo al 1966, Guccini scrive "La canzone del bambino nel vento", che per semplificare viene chiamata "Auschwitz" (ammettiamolo, questo titolo è molto più efficace anche se non è quello scelto da Guccini) e firmata da Lunero e Vandelli perché Guccini all'epoca non era iscritto alla Siae e non gliene importava poi molto. Successivamente ci vorranno molti anni perché Guccini possa tornare in possesso dei diritti della sua canzone. "Auschwitz" viene proposta dall'Equipe 84 come retro di "Bang Bang" (al cui testo, sempre peraltro senza figurare, ha sempre collaborato Guccini, ma la prima canzone firmata da Guccini sarà solo, nel 1967, "Dio è morto"). E' una scelta coraggiosa, di rottura quella dell'Equipe: da un lato un successo americano di Sonny & Cher, dall'altro una canzone politica scritta da uno sconosciuto come Francesco Guccini. E poi siamo nel 1966! Eppure il brano diventa un successo talmente grande che, nel corso degli anni, oscurerà completamente quello di "Bang Bang". Guccini si riprenderà la canzone con il titolo originale in "Folk Beat n.1", primo 33 giri della sua carriera, dal bruttissimo titolo e molto poco curato complessivamente. Un disco che passerà completamente inosservato allora, salvo essere riscoperto dopo il successo di "Radici". "Auschwitz" è una di quelle canzoni che hanno fatto la storia della musica in Italia. La versione dell'Equipe, ma questo è un parere personale, resterà sempre superiore a quella di Guccini che ne ha fatto una ballatona quasi country, un po' roboante e più retorica. L'Equipe ha scelto una strada molto più trattenuta e rarefatta e perciò tanto più raggelante. "Auschwitz" dell'Equipe mi dà i brividi, parla allo stomaco. Quella di Guccini parla alla testa. La canzone l'hanno fatta anche i Nomadi e i Modena City Ramblers tra gli altri. E ora, buoni ultimi, arrivano i Luf che, come loro tradizione, prendono il toro per le corna, ossia il Moloch di una canzone storica e ne fanno una versione lora, completamente diversa. Inizialmente faticherete anche a riconoscerla se non per le parole. Ma forse questo è l'unico modo possibile quando si affronta una canzone storica: volentarla e cambiarla per evitare il rischio del ricalco. Richio evitato. In locomotive il giudizio si fa impegnativo: ne darei 5 per l'Equipe, 4 per Guccini e 5 ai Luf. .

Ma ascoltatela un po' anche voi e fateci sapere un parere: scarica "Auschwitz" dei Luf. Sotto le versioni dell'Equipe, Guccini e Modena.

   
   

"Bologna è una vecchia signora dai fianchi un po' molli"

di Giorgio Maimone
"Bologna" è una canzone del 1981, tratto da "Metropolis", breve album di sole sette canzoni (ma Guccini non è mai stato molto prolifico), tutte dedicate a città, tranne due ("Black out" e "Lager"). Un album di esito contrastato. "Bologna" è una canzone d'amore per la propria città, non quella dove si è avuta la ventura di nascere, ma quella dove si è scelto di vivere. D'altra parte uno che ha scelto di intitolare un album con l'indirizzo vero ed esatto di casa sua, Via Paolo Fabbri, 43, non può avare imbarazzi a cantare la sua città.

Bologna è una vecchia signora dai fianchi un po' molli
col seno sul piano padano ed il culo sui colli,
Bologna arrogante e papale, Bologna la rossa e fetale,
Bologna la grassa e l' umana già un poco Romagna e in odor di Toscana...

Bologna per me provinciale Parigi minore:
mercati all' aperto, bistrots, della "rive gauche" l' odore
con Sartre che pontificava, Baudelaire fra l' assenzio cantava
ed io, modenese volgare, a sudarmi un amore, fosse pure ancillare.

Però che Bohéme confortevole giocata fra casa e osterie
quando a ogni bicchiere rimbalzano le filosofie...
Oh quanto eravamo poetici, ma senza pudore e paura
e i vecchi "imbriaghi" sembravano la letteratura...
Oh quanto eravam tutti artistici, ma senza pudore o vergogna
cullati fra i portici cosce di mamma Bologna...

Se vogliamo è un'altra puntata delle osterie di fuori porta. Canzone della nostalgia e del rimpianto, degli affetti "senza pudore o vergogne". La versione dei Luf è particolare. Diversa dall'originale e molto luffica. D'altra parte è, salvo errori e piccoli episodi, la prima volta che Guccini viene coverato, a dimostrazione della difficoltà di una scelta siffatta. C'è da dire che aiuta l'esperimento la voce di Dario Canossi che, per molti aspetti, ricorda quella del Maestrone, anche in presenza di "r" che al nostro invece manca. Scaricatevela va: così la sentite anche voi. Nel canzoniere di Guccini "Bologna" vale un bel 4 locomotive ( ). Nella versione Luf confermiamo le quattro locomotive.

"Portavo allora un eskimo innocente, dettato solo dalla povertà"

di Giorgio Maimone
"L’Eskimo? Lo comprai a Trieste, ero là per il servizio di leva e faceva un freddo boia: lo usavo non certo come una divisa, ma come un cappotto che teneva caldo e costava poco" Questo dichiarò il Maestrone in un'intervista da cui si evinceva che le idee sono una cosa, le etichette un'altra. Eskimo simbolo sì della rivolta, ma anche di una condizione esistenziale. Quella che porta alla poesia più che alla politica «A quell'epoca leggevo non tanto Marx e Marcuse - afferma Guccini nella stessa intervista - quanto Jorge Luis Borges e Omar Kayyam. E molti americani: Dos Passos, Steinbeck, Caldwell, Hemingway, Kerouac, Salinger. Nonché ovviamente Bob Dylan, il poeta in musica difficilmente inscrivibile in una fazione, influenzato da Dante e dalla Bibbia, da Rimbaud e Blake, da Ginsberg e dai grandi beatnik. Eravamo dylaniani fino al midollo - continua - fu lui, non Marcuse, a farci scoprire la contestazione studentesca e la canzone di protesta». Secondo Guccini il Sessantotto è stato il proseguimento di una vicenda umana, non soltanto sua, ma di tutta una generazione, quella che arrivava dagli anni Cinquanta, annusava ancora il retrogusto della guerra ed era piena di desiderio di cambiamento. «Prima che politico - spiega il cantautore emiliano - il Sessantotto fu un fatto propriamente umano. Da vivere tuttora, nella memoria, in chiave esistenziale, perché c'è un ideale libertario che è sempre esistito nell'uomo e va ben oltre gli schieramenti».

... Portavo allora un eskimo innocente dettato solo dalla povertà,
non era la rivolta permanente: diciamo che non c' era e tanto fa.
Portavo una coscienza immacolata che tu tendevi a uccidere, però
inutilmente ti ci sei provata con foto di famiglia o paletò...

E quanto son cambiato da allora e l'eskimo che conoscevi tu
lo porta addosso mio fratello ancora e tu lo porteresti e non puoi più,
bisogna saper scegliere in tempo, non arrivarci per contrarietà:
tu giri adesso con le tette al vento, io ci giravo già vent' anni fa!

Ricordi fui con te a Santa Lucia, al portico dei Servi per Natale,
credevo che Bologna fosse mia: ballammo insieme all' anno o a Carnevale.
Lasciammo allora tutti e due un qualcuno che non ne fece un dramma o non lo so,
ma con i miei maglioni ero a disagio e mi pesava quel tuo paletò...

Ma avevo la rivolta fra le dita, dei soldi in tasca niente e tu lo sai
e mi pagavi il cinema stupita e non ti era toccato farlo mai!
Perchè mi amavi non l' ho mai capito così diverso da quei tuoi cliché,
perchè fra i tanti, bella, che hai colpito ti sei gettata addosso proprio a me...

 

   

Il calendario dell'avvento
di Dario Canossi
Caro il mio unico e supremo Guru, due ore fa ho terminato di cantare e mixare i primi sei pezzi del progetto "I Luf cantano Guccini". Tornato a casa ho cenato accompagnando la cena con un vinello di quelli giusti e come sempre ho esagerato e mi è nata un idea strampalata che ti comunico. Se vuoi ti mando i brani in modo che tu possa farne un Calendario per l'avvento di carattere "Gucciniano" sul sito delle Bielle, un nostro regalo al maestrone. Mi spiego sai che il calendrio dell'avvento è quel calendario dove ogni giorno apri una casella e mangi un cioccolatino o leggi un pensierino, bene noi potremmo farlo settimanale e ogni settimana publicare un brano di Guccini riarrangiato dai lupi. Chiaro che prima devi ascoltare i brani e valutare che non facciano pena. So che è un idea alcolica e come tale considerala; se ti piace ti mando i brani in MP3. Se invece la cosa ti sembra assurda non ti preoccupare domani sarò di nuovo savio e tutto torna come prima. Per il resto entro sabato dovremmo avere in mano il libro con annesso DVD e cd live, spero che la stampa rispetti le aspettative .....è proprio una figata.
Nel frattempo sto lavorando ad un progetto con una associazione di Bergamo per scrivere dei brani sulla disabilità, con bambini delle scuole medie e elementari , più un brano con ragazzi down, autistici e disabili. Il tutto pare finirà in un cd allegato all'Eco di Bergamo e in un concerto al Sociale di Bergamo il 14 di maggio. Mi piacerebbe fare poi con tutti loro una cover in italiano di "The Partisan" di Leonard Cohen. Ho capito mi stai dicendo che devo smettere di bere, tranquillo prima o poi ce la faccio. A gennaio partiremo di nuovo con il treno per Auschwitz invitati dalla provincia di Milano e il 30 suoneremo a Cracovia .
Ti abbraccio
Dario
PS.Intanto beccati il primo brano Bologna

Ecco che esce "Live & Luf"
di Leon Ravasi
I Luf ritornano, a soli sei mesi dall’uscita del loro ultimo album Flel, con un nuovo intrigante progetto; un libro di 120 pagine formato 33 giri con un dvd e un cd.
Un prodotto ricco, molto curato nella forma e nel contenuto. Il libro, scritto come il precedente Peace&Luf a più mani, è un viaggio nei 30 anni di carriera artistica di Dario Canossi, leader e cantante della band lombarda e nei 10 anni di avventura dei Luf. La prima parte del libro, scritta da Dario, è la cronaca dell’instancabile cammino di chi per trent’anni, ha creduto nella musica come costante ricerca delle proprie radici, coniugando impegno e divertimento, fino alla creazione della gioiosa macchina da musica che sono I Luf. Negli anni, impegno sociale ed allegria, hanno preso forma come in un caleidoscopio, spesso agitato dalle mani di amici fraterni, sempre pronti ad avventure musicali inconsuete ma sempre vere e genuine. Il DVD allegato, contiene il concerto che I Luf hanno tenuto a Maresso il 30 Maggio 2010, in occasione della rassegna “Note di condivisione”. Registrato in presa diretta, senza trucchi e senza inganni né sovra incisioni, ci restituisce un’ immagine vera e genuina della potenza scenica e del calore ritmico della musica dei Luf.

Alcuni extra contenuti nel DVD:

- Un brano tratto dal concerto per radio onda d’urto a Brescia.
- Un cammeo “acustico” sul vagone merci, durante il viaggio in treno per Auschwitz.
- Un brano con le riprese in studio durante la registrazione di Paradis del Diaol.
- Un video che illustra il progetto Sololo a un video che illustra il progetto Sololo a cui saranno devoluti parte dei ricavi provenienti della vendita del libro.
Il CD contiene i brani del DVD più l’inedito “Malnat”. (segue)

Giugno che sei maturità dell'anno
di Giorgio Maimone
Francesco Guccini compie 70 anni. E' il più grande dei cantautori in attività. Se non altro come altezza (anche se la lotta con De Gregori è all'ultimo centimentro: 1,92 contro 1,91 parrebbe). Paolo Conte e Gino Paoli sono più grandi come età (1937 e 1934). Fa effetto sapere che Guccini vola oltre i 70. E che fa dischi dal 1966, che fanno la bellezza di 44 anni. Fa meno effetto se si pensa che ha inciso solo 17 album e 128 canzoni: una media di 7,5 canzoni ad album, record mondiale rovesciato. E, tranne "La locomotiva" non è che siano poi lunghissime. Guccini cantautore avaro? Parsimonioso. Ma è anche uno che canta poche, pochissime canzoni di altri. Oggi poi è giorno di celebrazioni e di gioia, oggi è giorno di festa per il maestrone di Pavana a cui è giusto lasciar chiudere: "Giugno che sei maturità dell'anno / di te ringrazio Dio / in un tuo giorno sotto il sole caldo / ci sono nato io".
Il dotto che si è bevuto il Mar Caspio
di Leon Ravasi
Ognuno ha un Guccini da ricordare (in attesa del prossimo disco, che dovrebbe contenere una "Canzone di notte n.4"). Secondo Umberto Eco è il più dotto, secondo Tondelli è un poeta conviviale come Alceo e Orazio, per Pieraccioni è "la Madonna di Loreto", Claudio Lolli si sente "intimidito" quando suona alla sua porta, per Vecchioni è "un cantadubbio", per Stefano Benni uno che "si è bevuto un mar Caspio di vino, dimostrando che l'alcol non è affatto contrario all'arte". E lui che dice? Potrebbe bastare questa frase di una sua canzone? E' datata, ma è sempre buona: "Si alza sempre lenta come un tempo l'alba magica in collina / ma non provo più quando la guardo quello che provavo prima / Ladri e profeti di futuro mi hanno portato via parecchio / il giorno è sempre un po' più oscuro / sarà forse perchè è storia, sarà forse perchè invecchio... (segue)
Cronaca di un'auto-biografia annunciata
di Giorgio Maimone
Che tristezza! Non sanno più cosa inventarsi! Per vendere la Mondadori lancia "l'autobiografia di Francesco Guccini". La compro il giorno stesso dell'uscita. Inizio a leggere. Mi piace. Proseguo. Trovo incongruenze e ripetizioni. Proseguo ancora e nasce il dubbio. Infine inciampo su una frase e arriva la certezza: "Ormai, ogni tanto, riciclo. E non è detto che non lo faccia anche questa volta, ma pazienza". Ebbene sì: "Non so che viso avesse" - 225 pagine - euro 18 - Mondadori - Prima edizione febbraio 2010 non è "La storia della mia vita" come da sottotitolo, ma un centone di scritti gucciniani di epoca diversa e le ultime 108 pagine non sono nemmeno scritte da lui, ma da Alberto Bertoni e nell'ultima pagina si ringraziano Elena Draghi e Francesco Andreani per le ricerche d'archvio. Ma perché non dirlo? (segue)
Il vecchio e i bambini: in concerto
di Leon Ravasi
"Le ciliegie in maggio, le susine in giugno, i fichi in settembre, i cachi in ottobre e i concerti di Guccini. La neve a Natale, la nebbia di novembre, il solleone d’agosto e i concerti di Guccini. L’amore delle mamme, la passione dei sensi, il dolore di chi resta e i concerti di Guccini. Tutto il mondo gira per cicli: le stagioni, le tappe della vita, le maturazioni dei frutti, persino le biciclette. E poi ci sono i concerti di Guccini. Che sono immutabili. Costanti nel tempo. Cerimonie laiche di indefettibile bellezza. Non c’è niente da fare: l’inizio è “Canzone per un’amica”, la fine è “La Locomotiva”, l’ossatura del concerto è l’ultimo disco uscito, il penultimo è regolarmente dimenticato e poi ci sono un po’ di chicche di ripescaggi che variano di volta in volta, lasciando quasi sempre fuori”Stanze di vita quotidiana”. E così è stato anche questa volta. (segue)
Un vecchio amico
Quando 32 anni fa un fiorista sanremese ti ha chiesto di partecipare ad un nuovo festival, cosa hai pensato?
Letteralmente ho pensato: “Ma che rottura di coglioni andare fin là! Appena mi telefona dico che ho degli impegni e non ci vado.”
Il maledetto mi ha telefonato la mattina, quando andavo a letto molto tardi: mi ero addormentato relativamente da poco e non ho avuto il coraggio di dire no. Mi sono trovato benissimo i primi anni: un’atmosfera molto bella, diversa. Quindi sono stato contento di andare. Poi Amilcare era una persona deliziosa.
Cosa è cambiato in seguito?

Molto. Eravamo in meno, eravamo sempre insieme. Il primo anno saremo stati in sette o otto, tutti con una gran voglia di suonare, una gran voglia di divertirci, di stare assieme, di bere vino… Vino per altro, quell’anno, pessimo! [ride]
(segue)

Pistoni di Lambrusco col sole raso la piana
Di modenese, dico sempre, mi sono rimaste dentro due cose fondamentali: l’accento, che però si va via via attenuando, ed un’altra che fortunatamente non si attenua, l’amore per il Lambrusco. Sarebbe meglio dire i Lambruschi, perché, minimo, sono tre, ma questa è roba da tecnici, io qui parlo da bevitore volgare, di quelli che non si intendono di cru o bouquet ma che amano avere sempre, quando mangiano, un sano "pistone" sulla tovaglia. Già, il "pistone". Era anticamente la misura vinaria da due litri, ma negli anni ‘50 significava semplicemente una bottiglia di vino, soprattutto Lambrusco. La parola viene probabilmente da pistone nel senso di stantuffo, pestello, ma non ha importanza la storia linguistica. (segue)

Il cantascrittor glorioso: in piazza a Mantova
Un incontro dove il protagonista è Francesco Guccini (o almeno uno dei protagonisti) non poteva non suscitare l’interesse delle folle. L’ampio spazio scenografico di Piazza Castello è riempito in ogni ordine di posti. Molti restano in piedi. Guccini domina la scena gigioneggiando, ma Macchiavelli regge bene il gioco. “Ho sempre detto, fin da piccolo, che avrei fatto lo scrittore o il giornalista. Ho fatto anche il giornalista (e se non avessi incontrato Alfio Cantarella dell’Equipe ‘84 forse lo farei ancora), ma da grande volevo fare lo scrittore. Ma non di gialli! In un giallo si deve sempre uccidere qualcuno (e nel primo giallo ne abbiamo “uccisi” 16 o 17!). Avevo però un’idea: la storia di un prete trovato morto, dalle mie parti, sotto la ruota di un mulino, in un periodo dell’anno in cui i fossi sono peraltro abbastanza asciutti. È vero, lui era ubriaco, perché se anche non indulgeva ai piaceri della carne indulgeva a quelli dello “spirito”, nel senso dell’alcol, ma, insomma, restava il mistero”. "L’altra idea che mi era venuta era che il commissario che indagava su questo delitto, scoprisse il bandolo della matassa tramite una mossa del gioco delle carte. Proposi la storia a Loriano che mi rispose: “falla tu!”. Ma un romanzo giallo che parlava di temi come l’emigrazione italiana a fine ‘800 (uguale ad adesso: sbarchi notturni, buttati giù dalle navi al largo e chi sopravviveva poi doveva cavarsela. C’erano già i sans-papier, gli immigrati clandestini, ma forse tutto questo oggi non si può dire), un romanzo giallo siffatto, dicevano, non poteva interessare nessuno. Finché Franchini, il nostro editor della Mondadori ci disse: “Ma perché non lo fate insieme?”. E così è stato”.
(segue)

Un paio di inediti: "Su in collina"

"Il testamento del pagliaccio"

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