Francesco
Guccini
Quando un giorno si farà la storia della
canzone d'autore italiana al Maestrone di Pavana
spetterà un posto di assoluta rilevanza,
sia per lo spessore della produzione artistica,
sia per la durata della sua attività che
ha attraversato dagli anni '50 in poi tutte le stagioni
della canzone italiana: dai primi vagiti di rock
& roll che si incrociavano col liscio ("Di
mamma ce n'è una sola", "Il bello"),
al beat dei primordi ("E' dall'amore che nasce
un uomo", "Come potete giudicare",
"Bang Bang"), alla canzone di protesta
("Dio è morto", "Il sociale
e l'antisociale", "L'atomica cinese",
"La primavera di Praga"), all'epoca d'oro
dei cantautori ("Incontro", "Radici",
"Un altro giorno è andato"), ai
primi segni di riflusso ("La canzone delle
osterie di fuori porta", "La canzone delle
tristi rinunce") e poi via via su per i difficili
anni '80 ("Bisanzio", "Venezia"),
per i contrastanti anni '90 ("Samantha",
"Canzone per Silvia") e gli stramaledetti
anni zero lo hanno visto ancora in pista con "Stagioni"
e "Piazza Alimonda".
I
Luf
I Luf nascono un bel giorno a inizio millennio quando
si accorgono che come gruppo rock erano uno tra
i tanti, come gruppo di folk rock invece riuscivano
ad avere un impatto molto maggiore. E così,
dietro Dario Canossi si sono allineati una decine
di persone, raggruppate in un collettivo di "belle
speranze" che ogni paio d'anni ha sfornato
un album di valore. Da "Ocio ai Luf" del
2003, a "Bala e fa balà" del 2005,
da "Paradis del Diaol" del 2007 a "Flel"
di inizio 2010. Ora, visto che i buoni Luf, come
i Lupi veri, proprio fermi non ci sanno stare hanno
deciso di intraprendere due iniziative nuove, entrambi
per Natale. In primo luogo una nuova strenna natalizia
per il pubblico dei loro concerti (una tradizione
giunta ormai al quinto anno) e dall'altro lato una
strenna per il pubblico di Bielle: sei canzoni di
Guccini, reinterpretate e "lufizzate"
da Canossi e soci, anticipazione di un lavoro più
ampio sul maestrone attualmente in preparazione.
"Canzone
per Silvia", cantar politico perché la politica
serve
Silvia è Silvia Baraldini.
Un piccolo passo indietro per spiegare di chi si tratta
e perché Guccini ha deciso di dedicarle una canzone.
Esponente di un partito rivoluzionario (Black Panther
Party) attivo negli Stati Uniti negli anni '70 e '80
del secolo scorso, che combatteva per i diritti civili
dei neri, fu condannata nel 1983 a una pena cumulativa
di 43 anni di carcere negli Stati Uniti per concorso
in evasione, associazione sovversiva, due tentate rapine
e ingiuria al tribunale. Dopo la condanna si sono sviluppati
negli Stati Uniti e in Italia gruppi di appoggio che
giustificavano le sue attività terroristiche
e ritenevano la condanna sproporzionata e persecutoria.
Il forte sostegno alla sua causa da parte dei partiti
di sinistra ha portato alla estradizione in Italia nel
1999. Secondo alcuni tale concessione è stata
una contropartita ottenuta dal governo D'Alema per l'appoggio
alla guerra degli Usa in Kosovo. Dopo alcuni anni di
arresti domiciliari Silvia Baraldini è stata
scarcerata il 26 settembre 2006 per effetto dell'indulto.
Guccini partecipò in prima persona a questa forte
campagna mediatica per la liberazione della Baraldini,
col mezzo a lui più consono: scrivendo una canzone
e interpretandola ovunque nei suoi concerti, fino a
farla diventare uno tra i pezzi, relativamente nuovi,
più amati. "Canzone per Silvia" faceva
parte dell'album "Parnassius Guccini", quello
con la farfalla in copertina, uscito nel 1993. Tra i
tanti motivi per cui la canzone piacque c'era anche
il fatto che simboleggiava un ritorno all'impegno per
Guccini e lo stile scelto, chitarra e armonica, era
quello del Bob Dylan degli esordi.
Il testo merita di essere riportato in toto.
Il cielo dell' America son mille cieli sopra a un continente,
il cielo della Florida è uno straccio che è
bagnato di celeste,
ma il cielo là in prigione non è cielo,
è un qualche cosa che riveste
il giorno e il giorno dopo e un altro ancora sempre
dello stesso niente.
E
fuori c'è una strada all' infinito, lunga come
la speranza,
e attorno c'è un villaggio sfilacciato, motel,
chiese, case, aiuole,
paludi dove un tempo ormai lontano dominava il Seminole,
ma attorno alla prigione c'è un deserto dove
spesso il vento danza.
Son
tanti gli anni fatti e tanti in più che sono
ancora da passare,
in giorni e giorni e giorni che fan mesi che fan anni
ed anni amari;
a Silvia là in prigione cosa resta? Non le resta
che guardare
l' America negli occhi, sorridendo coi suoi limpidi
occhi chiari...
Già,
l' America è grandiosa ed è potente, tutto
e niente, il bene e il male,
città coi grattacieli e con gli slum e nostalgia
di un grande ieri,
tecnologia avanzata e all' orizzonte l' orizzonte dei
pionieri,
ma a volte l' orizzonte ha solamente una prigione federale.
L'
America è una statua che ti accoglie e simboleggia,
bianca e pura,
la libertà, e dall' alto fiera abbraccia tutta
quanta la nazione,
per Silvia questa statua simboleggia solamente la prigione
perchè di questa piccola italiana ora l' America
ha paura.
Paura
del diverso e del contrario, di chi lotta per cambiare,
paura delle idee di gente libera, che soffre, sbaglia
e spera.
Nazione di bigotti! Ora vi chiedo di lasciarla ritornare
perchè non è possibile rinchiudere le
idee in una galera...
Il
cielo dell' America son mille cieli sopra a un continente,
ma il cielo là rinchiusi non esiste, è
solo un dubbio o un' intuizione;
mi chiedo se ci sono idee per cui valga restare là
in prigione
e Silvia non ha ucciso mai nessuno e non ha mai rubato
niente.
Mi
chiedo cosa pensi alla mattina nel trovarsi il sole
accanto
o come fa a scacciare fra quei muri la sua grande nostalgia
o quando un acquazzone all' improvviso spezza la monotonia,
mi chiedo cosa faccia adesso Silvia mentre io qui piano
la canto...
Mi
chiedo ma non riesco a immaginarlo: penso a questa donna
forte
che ancora lotta e spera perchè sa che adesso
non sarà più sola.
La vedo con la sua maglietta addosso con su scritte
le parole
"che sempre l' ignoranza fa paura ed il silenzio
è uguale a morte",
"che sempre l' ignoranza fa paura ed il silenzio
è uguale a morte",
"che sempre l' ignoranza fa paura... ed il silenzio
è uguale a morte"...
Le
solite locomotive di apprezzamento vedono la versione
di Guccini quotata a 5 locomotive
e quella dei Luf la raggiunge a quota 5
. Ascoltatela:
scarica
"Canzone per Silvia" dei Luf.
"Il vecchio e il bambino", dalla fantascienza
agli zingari
"Il vecchio e il bambino"
è uno dei maggiori classici gucciniani, un brano
che si ascolta una volta e si fa fatica a scollarsi, pubblicato
in "Radici", album del 1972,
e scritta probabilmente qualche anno prima "Il vecchio
e il bambino" risente positivamente del clima di
riscoperta della fantascienza che animava gli anni '60.
La fantascienza che traeva le sue origini in Robert Scheckley,
Philip K. Dick, Richard Matheson o, guardando più
indietro Ray Bradbury e Isaac Asimov. Quel bacino di fantasia
stellare che fornirà i migliori semi per l'indimenticabile
serie telvisiva "Ai confini della realtà".
Guccini è culture di fantascienza e anche sceneggiatore
delle "Storie dallo spazio profondo" disegnate
da Bonvi e con lui concepite. Inoltre alle spalle c'è
anche Bob Dylan e il suo canto sulla "dura pioggia
che cadrà", inteso come fallout nucleare.
Con tutti questi stimoli in testa (e probabilmente altri
ancora) Francesco Guccini ha la visione millenaristica
di questa canzone che, mutatis mutandis, ricorda moltissimo
la situazione di raccontata da Cormac McCharty in "The
road".
Un
vecchio e un bambino si preser per mano
e andarono insieme incontro alla sera;
la polvere rossa si alzava lontano
e il sole brillava di luce non vera...
L'
immensa pianura sembrava arrivare
fin dove l'occhio di un uomo poteva guardare
e tutto d' intorno non c'era nessuno:
solo il tetro contorno di torri di fumo...
Se
fate mente locale vi accorgerete anche che lo stesso
Guccini già aveva parlato di argomenti simili
in "Noi non ci saremo"
("Vedremo soltanto una sfera di fuoco /più
grande del sole, più vasta del mondo")
e in "L'atomica cinese" ("Si
è levata dai deserti in Mongolia occidentale
/ una nuvola di morte, una nuvola spettrale").
I Luf propongono una strana versione che non posso dire
mi convinca del tutto. Ma il cambio di clima sonoro
porta anche a un cambio di scenario ideale. Le fisarmoniche
e i violini trasformano il quadro apocalittico in una
sorta di moderna fiaba ambientalista, dove un gitano
anziano spiega al nipote le trasformazioni della natura.
Potrebbe anche essere semplicemente guerra e svolgersi
nei Balcani. Siamo comunque in un vistoso altrove musicale
rispetto a quello immaginato (e realizzato da Guccini).
La musica è più veloce, la batteria picchia
(troppo) e la voce racconta senza enfasi. Una storia
piana, non apocalittica, diversa. Un altro film con
colori meno lividi. Finiamo con le solite locomotive
di apprezzamento: la versione di Guccini è da
5 locomotive
con tendenza verso il sei e quella dei Luf da 3
. Poi si apra il dibattito.
Risaliamo
indietro nel tempo e arriviamo al 1966, Guccini scrive
"La canzone del bambino nel vento",
che per semplificare viene chiamata "Auschwitz"
(ammettiamolo, questo titolo è molto più
efficace anche se non è quello scelto da Guccini)
e firmata da Lunero e Vandelli perché Guccini
all'epoca non era iscritto alla Siae e non gliene importava
poi molto. Successivamente ci vorranno molti anni perché
Guccini possa tornare in possesso dei diritti della
sua canzone. "Auschwitz" viene proposta dall'Equipe
84 come retro di "Bang Bang" (al cui testo,
sempre peraltro senza figurare, ha sempre collaborato
Guccini, ma la prima canzone firmata da Guccini sarà
solo, nel 1967, "Dio è morto"). E'
una scelta coraggiosa, di rottura quella dell'Equipe:
da un lato un successo americano di Sonny & Cher,
dall'altro una canzone politica scritta da uno sconosciuto
come Francesco Guccini. E poi siamo nel 1966! Eppure
il brano diventa un successo talmente grande che, nel
corso degli anni, oscurerà completamente quello
di "Bang Bang". Guccini si riprenderà
la canzone con il titolo originale in "Folk Beat
n.1", primo 33 giri della sua carriera, dal bruttissimo
titolo e molto poco curato complessivamente. Un disco
che passerà completamente inosservato allora,
salvo essere riscoperto dopo il successo di "Radici".
"Auschwitz" è
una di quelle canzoni che hanno fatto la storia della
musica in Italia. La versione dell'Equipe, ma questo
è un parere personale, resterà sempre
superiore a quella di Guccini che ne ha fatto una ballatona
quasi country, un po' roboante e più retorica.
L'Equipe ha scelto una strada molto più trattenuta
e rarefatta e perciò tanto più raggelante.
"Auschwitz" dell'Equipe mi dà i brividi,
parla allo stomaco. Quella di Guccini parla alla testa.
La canzone l'hanno fatta anche i Nomadi e i Modena City
Ramblers tra gli altri. E ora, buoni ultimi, arrivano
i Luf che, come loro tradizione, prendono il toro per
le corna, ossia il Moloch di una canzone storica e ne
fanno una versione lora, completamente diversa. Inizialmente
faticherete anche a riconoscerla se non per le parole.
Ma forse questo è l'unico modo possibile quando
si affronta una canzone storica: volentarla e cambiarla
per evitare il rischio del ricalco. Richio evitato.
In locomotive il giudizio si fa impegnativo: ne darei
5
per l'Equipe, 4
per Guccini e 5 ai Luf. .
Ma
ascoltatela un po' anche voi e fateci sapere un parere:
scarica
"Auschwitz" dei Luf. Sotto le versioni
dell'Equipe, Guccini e Modena.
"Bologna
è una vecchia signora dai fianchi un po' molli"
di
Giorgio Maimone
"Bologna"
è una canzone del 1981, tratto da "Metropolis",
breve album di sole sette canzoni (ma Guccini non è
mai stato molto prolifico), tutte dedicate a città,
tranne due ("Black out" e "Lager").
Un album di esito contrastato. "Bologna" è
una canzone d'amore per la propria città, non
quella dove si è avuta la ventura di nascere,
ma quella dove si è scelto di vivere. D'altra
parte uno che ha scelto di intitolare un album con l'indirizzo
vero ed esatto di casa sua, Via Paolo Fabbri, 43, non
può avare imbarazzi a cantare la sua città.
Bologna
è una vecchia signora dai fianchi un po' molli
col seno sul piano padano ed il culo sui colli,
Bologna arrogante e papale, Bologna la rossa e fetale,
Bologna la grassa e l' umana già un poco Romagna
e in odor di Toscana...
Bologna
per me provinciale Parigi minore:
mercati all' aperto, bistrots, della "rive gauche"
l' odore
con Sartre che pontificava, Baudelaire fra l' assenzio
cantava
ed io, modenese volgare, a sudarmi un amore, fosse pure
ancillare.
Però che Bohéme confortevole giocata fra
casa e osterie
quando a ogni bicchiere rimbalzano le filosofie...
Oh quanto eravamo poetici, ma senza pudore e paura
e i vecchi "imbriaghi" sembravano la letteratura...
Oh quanto eravam tutti artistici, ma senza pudore o
vergogna
cullati fra i portici cosce di mamma Bologna...
Se
vogliamo è un'altra puntata delle osterie di
fuori porta. Canzone della nostalgia e del rimpianto,
degli affetti "senza pudore o vergogne". La
versione dei Luf è particolare. Diversa dall'originale
e molto luffica. D'altra parte è, salvo errori
e piccoli episodi, la prima volta che Guccini viene
coverato, a dimostrazione della difficoltà di
una scelta siffatta. C'è da dire che aiuta l'esperimento
la voce di Dario Canossi che, per molti aspetti, ricorda
quella del Maestrone, anche in presenza di "r"
che al nostro invece manca. Scaricatevela
va: così la sentite anche voi.
Nel canzoniere di Guccini "Bologna" vale un
bel 4 locomotive ().
Nella versione Luf confermiamo le quattro locomotive.
"Portavo
allora un eskimo innocente, dettato solo dalla povertà"
di
Giorgio Maimone
"L’Eskimo? Lo comprai a Trieste, ero
là per il servizio di leva e faceva un freddo
boia: lo usavo non certo come una divisa, ma come un
cappotto che teneva caldo e costava poco" Questo
dichiarò il Maestrone in un'intervista da cui
si evinceva che le idee sono una cosa, le etichette
un'altra. Eskimo simbolo sì della rivolta, ma
anche di una condizione esistenziale. Quella che porta
alla poesia più che alla politica «A quell'epoca
leggevo non tanto Marx e Marcuse - afferma Guccini nella
stessa intervista - quanto Jorge Luis Borges e Omar
Kayyam. E molti americani: Dos Passos, Steinbeck, Caldwell,
Hemingway, Kerouac, Salinger. Nonché ovviamente
Bob Dylan, il poeta in musica difficilmente inscrivibile
in una fazione, influenzato da Dante e dalla Bibbia,
da Rimbaud e Blake, da Ginsberg e dai grandi beatnik.
Eravamo dylaniani fino al midollo - continua - fu lui,
non Marcuse, a farci scoprire la contestazione studentesca
e la canzone di protesta». Secondo Guccini il
Sessantotto è stato il proseguimento di una vicenda
umana, non soltanto sua, ma di tutta una generazione,
quella che arrivava dagli anni Cinquanta, annusava ancora
il retrogusto della guerra ed era piena di desiderio
di cambiamento. «Prima che politico - spiega il
cantautore emiliano - il Sessantotto fu un fatto propriamente
umano. Da vivere tuttora, nella memoria, in chiave esistenziale,
perché c'è un ideale libertario che è
sempre esistito nell'uomo e va ben oltre gli schieramenti».
... Portavo allora
un eskimo innocente dettato solo dalla povertà,
non era la rivolta permanente: diciamo che non c' era
e tanto fa.
Portavo una coscienza immacolata che tu tendevi a uccidere,
però
inutilmente ti ci sei provata con foto di famiglia o
paletò...
E quanto son cambiato
da allora e l'eskimo che conoscevi tu
lo porta addosso mio fratello ancora e tu lo porteresti
e non puoi più,
bisogna saper scegliere in tempo, non arrivarci per
contrarietà:
tu giri adesso con le tette al vento, io ci giravo già
vent' anni fa!
Ricordi fui con te
a Santa Lucia, al portico dei Servi per Natale,
credevo che Bologna fosse mia: ballammo insieme all'
anno o a Carnevale.
Lasciammo allora tutti e due un qualcuno che non ne
fece un dramma o non lo so,
ma con i miei maglioni ero a disagio e mi pesava quel
tuo paletò...
Ma avevo la rivolta
fra le dita, dei soldi in tasca niente e tu lo sai
e mi pagavi il cinema stupita e non ti era toccato farlo
mai!
Perchè mi amavi non l' ho mai capito così
diverso da quei tuoi cliché,
perchè fra i tanti, bella, che hai colpito ti
sei gettata addosso proprio a me...
Il
calendario dell'avvento di
Dario Canossi Caro il mio unico e supremo Guru, due
ore fa ho terminato di cantare e mixare i primi sei
pezzi del progetto "I Luf cantano Guccini".
Tornato a casa ho cenato accompagnando la cena con un
vinello di quelli giusti e come sempre ho esagerato
e mi è nata un idea strampalata che ti comunico.
Se vuoi ti mando i brani in modo che tu possa farne
un Calendario per l'avvento di carattere "Gucciniano"
sul sito delle Bielle, un nostro regalo al maestrone.
Mi spiego sai che il calendrio dell'avvento è
quel calendario dove ogni giorno apri una casella e
mangi un cioccolatino o leggi un pensierino, bene noi
potremmo farlo settimanale e ogni settimana publicare
un brano di Guccini riarrangiato dai lupi. Chiaro che
prima devi ascoltare i brani e valutare che non facciano
pena. So che è un idea alcolica e come tale considerala;
se ti piace ti mando i brani in MP3. Se invece la cosa
ti sembra assurda non ti preoccupare domani sarò
di nuovo savio e tutto torna come prima. Per il resto
entro sabato dovremmo avere in mano il libro con annesso
DVD e cd live, spero che la stampa rispetti le aspettative
.....è proprio una figata.
Nel frattempo sto lavorando ad un progetto con una associazione
di Bergamo per scrivere dei brani sulla disabilità,
con bambini delle scuole medie e elementari , più
un brano con ragazzi down, autistici e disabili. Il
tutto pare finirà in un cd allegato all'Eco di
Bergamo e in un concerto al Sociale di Bergamo il 14
di maggio. Mi piacerebbe fare poi con tutti loro una
cover in italiano di "The Partisan" di Leonard
Cohen. Ho capito mi stai dicendo che devo smettere di
bere, tranquillo prima o poi ce la faccio. A gennaio
partiremo di nuovo con il treno per Auschwitz invitati
dalla provincia di Milano e il 30 suoneremo a Cracovia
.
Ti abbraccio
Dario PS.Intanto
beccati il primo brano Bologna
Ecco
che esce "Live & Luf" di
Leon Ravasi
I Luf ritornano, a soli sei mesi dall’uscita del
loro ultimo album Flel, con un nuovo intrigante progetto;
un libro di 120 pagine formato 33 giri con un dvd e un
cd. Un prodotto ricco, molto curato nella forma
e nel contenuto. Il libro, scritto come il precedente
Peace&Luf a più mani, è un viaggio nei
30 anni di carriera artistica di Dario Canossi, leader
e cantante della band lombarda e nei 10 anni di avventura
dei Luf. La prima parte del libro, scritta da Dario, è
la cronaca dell’instancabile cammino di chi per
trent’anni, ha creduto nella musica come costante
ricerca delle proprie radici, coniugando impegno e divertimento,
fino alla creazione della gioiosa macchina da musica che
sono I Luf. Negli anni, impegno sociale ed allegria, hanno
preso forma come in un caleidoscopio, spesso agitato dalle
mani di amici fraterni, sempre pronti ad avventure musicali
inconsuete ma sempre vere e genuine. Il DVD allegato,
contiene il concerto che I Luf hanno tenuto a Maresso
il 30 Maggio 2010, in occasione della rassegna “Note
di condivisione”. Registrato in presa diretta, senza
trucchi e senza inganni né sovra incisioni, ci
restituisce un’ immagine vera e genuina della potenza
scenica e del calore ritmico della musica dei Luf.
Alcuni extra contenuti nel DVD:
-
Un brano tratto dal concerto per radio onda d’urto
a Brescia.
-
Un cammeo “acustico” sul vagone merci, durante
il viaggio in treno per Auschwitz.
-
Un brano con le riprese in studio durante la registrazione
di Paradis del Diaol.
-
Un video che illustra il progetto Sololo a un video
che illustra il progetto Sololo a cui saranno devoluti
parte dei ricavi provenienti della vendita del libro.
Il
CD contiene i brani del DVD più l’inedito
“Malnat”. (segue)
Giugno
che sei maturità dell'anno di Giorgio Maimone
Francesco Guccini compie 70 anni. E' il più grande
dei cantautori in attività. Se non altro come altezza
(anche se la lotta con De Gregori è all'ultimo
centimentro: 1,92 contro 1,91 parrebbe). Paolo Conte e
Gino Paoli sono più grandi come età (1937
e 1934). Fa effetto sapere che Guccini vola oltre i 70.
E che fa dischi dal 1966, che fanno la bellezza di 44
anni. Fa meno effetto se si pensa che ha inciso solo 17
album e 128 canzoni: una media di 7,5 canzoni ad album,
record mondiale rovesciato. E, tranne "La locomotiva"
non è che siano poi lunghissime. Guccini cantautore
avaro? Parsimonioso. Ma è anche uno che canta poche,
pochissime canzoni di altri. Oggi poi è giorno
di celebrazioni e di gioia, oggi è giorno di festa
per il maestrone di Pavana a cui è giusto lasciar
chiudere: "Giugno che sei maturità dell'anno
/ di te ringrazio Dio / in un tuo giorno sotto il sole
caldo / ci sono nato io".
Il
dotto che si è bevuto il Mar Caspio di
Leon Ravasi
Ognuno ha un Guccini da ricordare (in attesa del prossimo
disco, che dovrebbe contenere una "Canzone di notte
n.4"). Secondo Umberto Eco è il più
dotto, secondo Tondelli è un poeta conviviale come
Alceo e Orazio, per Pieraccioni è "la Madonna
di Loreto", Claudio Lolli si sente "intimidito"
quando suona alla sua porta, per Vecchioni è "un
cantadubbio", per Stefano Benni uno che "si
è bevuto un mar Caspio di vino, dimostrando che
l'alcol non è affatto contrario all'arte".
E lui che dice? Potrebbe bastare questa frase di una sua
canzone? E' datata, ma è sempre buona: "Si
alza sempre lenta come un tempo l'alba magica in collina
/ ma non provo più quando la guardo quello che
provavo prima / Ladri e profeti di futuro mi hanno portato
via parecchio / il giorno è sempre un po' più
oscuro / sarà forse perchè è storia,
sarà forse perchè invecchio... (segue)
Cronaca
di un'auto-biografia annunciata di Giorgio Maimone
Che tristezza! Non sanno più cosa inventarsi! Per
vendere la Mondadori lancia "l'autobiografia di Francesco
Guccini". La compro il giorno stesso dell'uscita.
Inizio a leggere. Mi piace. Proseguo. Trovo incongruenze
e ripetizioni. Proseguo ancora e nasce il dubbio. Infine
inciampo su una frase e arriva la certezza: "Ormai,
ogni tanto, riciclo. E non è detto che non lo faccia
anche questa volta, ma pazienza". Ebbene sì:
"Non so che viso avesse" - 225 pagine - euro
18 - Mondadori - Prima edizione febbraio 2010 non è
"La storia della mia vita" come da sottotitolo,
ma un centone di scritti gucciniani di epoca diversa e
le ultime 108 pagine non sono nemmeno scritte da lui,
ma da Alberto Bertoni e nell'ultima pagina si ringraziano
Elena Draghi e Francesco Andreani per le ricerche d'archvio.
Ma perché non dirlo? (segue)
Il vecchio e
i bambini: in concerto di
Leon Ravasi
"Le ciliegie in maggio, le susine in giugno, i fichi
in settembre, i cachi in ottobre e i concerti di Guccini.
La neve a Natale, la nebbia di novembre, il solleone d’agosto
e i concerti di Guccini. L’amore delle mamme, la
passione dei sensi, il dolore di chi resta e i concerti
di Guccini. Tutto il mondo gira per cicli: le stagioni,
le tappe della vita, le maturazioni dei frutti, persino
le biciclette. E poi ci sono i concerti di Guccini. Che
sono immutabili. Costanti nel tempo. Cerimonie laiche
di indefettibile bellezza. Non c’è niente
da fare: l’inizio è “Canzone per un’amica”,
la fine è “La Locomotiva”, l’ossatura
del concerto è l’ultimo disco uscito, il
penultimo è regolarmente dimenticato e poi ci sono
un po’ di chicche di ripescaggi che variano di volta
in volta, lasciando quasi sempre fuori”Stanze di
vita quotidiana”. E così è stato anche
questa volta. (segue)
Un
vecchio amico Quando 32 anni fa un fiorista sanremese ti ha
chiesto di partecipare ad un nuovo festival, cosa hai
pensato?
Letteralmente ho pensato: “Ma che rottura di coglioni
andare fin là! Appena mi telefona dico che ho degli
impegni e non ci vado.”
Il maledetto mi ha telefonato la mattina, quando andavo
a letto molto tardi: mi ero addormentato relativamente
da poco e non ho avuto il coraggio di dire no. Mi sono
trovato benissimo i primi anni: un’atmosfera molto
bella, diversa. Quindi sono stato contento di andare.
Poi Amilcare era una persona deliziosa. Cosa è cambiato in seguito?
Molto. Eravamo in meno, eravamo sempre insieme. Il primo
anno saremo stati in sette o otto, tutti con una gran
voglia di suonare, una gran voglia di divertirci, di stare
assieme, di bere vino… Vino per altro, quell’anno,
pessimo! [ride] (segue)
Pistoni di
Lambrusco col sole raso la piana
Di modenese, dico sempre, mi sono rimaste dentro due
cose fondamentali: l’accento, che però
si va via via attenuando, ed un’altra che fortunatamente
non si attenua, l’amore per il Lambrusco. Sarebbe
meglio dire i Lambruschi, perché, minimo, sono
tre, ma questa è roba da tecnici, io qui parlo
da bevitore volgare, di quelli che non si intendono
di cru o bouquet ma che amano avere sempre, quando mangiano,
un sano "pistone" sulla tovaglia. Già,
il "pistone". Era anticamente la misura vinaria
da due litri, ma negli anni ‘50 significava semplicemente
una bottiglia di vino, soprattutto Lambrusco. La parola
viene probabilmente da pistone nel senso di stantuffo,
pestello, ma non ha importanza la storia linguistica.
(segue)
Il
cantascrittor glorioso: in piazza a Mantova Un incontro dove il protagonista è
Francesco Guccini (o almeno uno dei protagonisti) non
poteva non suscitare l’interesse delle folle.
L’ampio spazio scenografico di Piazza Castello
è riempito in ogni ordine di posti. Molti restano
in piedi. Guccini domina la scena gigioneggiando, ma
Macchiavelli regge bene il gioco. “Ho sempre detto,
fin da piccolo, che avrei fatto lo scrittore o il giornalista.
Ho fatto anche il giornalista (e se non avessi incontrato
Alfio Cantarella dell’Equipe ‘84 forse lo
farei ancora), ma da grande volevo fare lo scrittore.
Ma non di gialli! In un giallo si deve sempre uccidere
qualcuno (e nel primo giallo ne abbiamo “uccisi”
16 o 17!). Avevo però un’idea: la storia
di un prete trovato morto, dalle mie parti, sotto la
ruota di un mulino, in un periodo dell’anno in
cui i fossi sono peraltro abbastanza asciutti. È
vero, lui era ubriaco, perché se anche non indulgeva
ai piaceri della carne indulgeva a quelli dello “spirito”,
nel senso dell’alcol, ma, insomma, restava il
mistero”. "L’altra idea che mi era
venuta era che il commissario che indagava su questo
delitto, scoprisse il bandolo della matassa tramite
una mossa del gioco delle carte. Proposi la storia a
Loriano che mi rispose: “falla tu!”. Ma
un romanzo giallo che parlava di temi come l’emigrazione
italiana a fine ‘800 (uguale ad adesso: sbarchi
notturni, buttati giù dalle navi al largo e chi
sopravviveva poi doveva cavarsela. C’erano già
i sans-papier, gli immigrati clandestini, ma forse tutto
questo oggi non si può dire), un romanzo giallo
siffatto, dicevano, non poteva interessare nessuno.
Finché Franchini, il nostro editor della Mondadori
ci disse: “Ma perché non lo fate insieme?”.
E così è stato”.
(segue)