Tributo, omaggio,
pensieri per un grande della canzone di Giorgio Maimone A
pochi capita un omaggio postumo quando sono ancora in
vita. E' quello che succederò questa sera a Enzo Jannacci,
a cui Rai Tre, per mano di Fabio Fazio, dedica uno speciale
tributo, a cui, condizioni di salute permettendolo, dovrebbe
partecipare lo stesso Jannacci. Si chiama “Vengo
anch’io” lo speciale di "Che tempo che
fa" di, con e per Enzo Jannacci e in onda lunedì
19 dicembre su RaiTre in prima serata (21:10 – 23:30).
Un omaggio alla comicità surreale e alla “poetastrica”
di uno dei più grandi cantautori italiani.
Partendo dai dialoghi tratti dalla biografia scritta dal
figlio Paolo Jannacci, “Aspettando al semaforo”
(Mondadori), si ricostruirà il mondo raccontato dalle
canzoni di Enzo Jannacci, quello del nonsense e dei disperati,
il mondo degli amori perduti e dell’impegno contro le
guerre e lo sfruttamento, quello delle colonne sonore
dei film di Monicelli e di alcuni tra i brani più originali
del canzoniere italiano, quelli contenuti nell’ultima
pubblicazione a cura di Ala Bianca(distr,Warner) dei 4
CD di Jannacci della seconda metà degli anni ’70: ‘Quelli
che’, ‘Secondo te…che gusto c’è’ , ‘O Vivere o Ridere’
, ‘Foto ricordo’.
Torna
un grande catalogo per "Ala bianca"
di Nando Mainardi In
queste settimane "Ala Bianca" sta pubblicando
per la prima volta su cd i quattro lp incisi negli anni
'70 da Enzo Jannacci per "Ultima spiaggia".
È un'opera meritoria: quegli album, reperibili ad oggi
solo su microsolco, rischiavano di essere totalmente
dimenticati e rimossi. E lo stesso Jannacci, per quanto
ancora oggi popolarissimo e tra i maggiori esponenti
della canzone d'autore, rischiava e rischia un destino
simile.
"Quelli
che" (1975) e "O vivere o
ridere" (1976) sono per molti aspetti
il colpo di coda della grande stagione del cabaret milanese,
che si esaurirà definitivamente con l'arrivo degli anni
'80. Qui la comicità surreale di Jannacci si confronta
in modo diretto con la politicizzazione crescente di
quegli anni e con una grande libertà creativa.
Jannacci,
che in quegli anni svolgeva l'attività medica praticamente
a tempo pieno e per questo non si esibiva più dal vivo,
si muoveva a maggior ragione sganciato da qualsiasi
logica commerciale. Se a tutto questo si aggiunge che
per il cantautore milanese fu anche l'occasione per
radunare alcuni tra i maggiori jazzisti milanesi e i
suoi collaboratori "storici" (a partire dal
giornalista sportivo e amico Beppe Viola), i piatti
"Quelli che" e "O vivere o ridere"
sono serviti.
Del
primo ricordiamo brani come la celebre title-track,
lunghissimo elenco di luoghi comuni e situazioni paradossali
declamato con voce impassibile e seriosa; Vincenzina
e la fabbrica, un ritratto di solitudine proletaria
composto per la colonna sonora del film di Mario Monicelli
"Romanzo popolare"; Il monumento, pezzo antimilitarista
e brechtiano ispirato da un manifesto murale contro
la guerra. (segue)
"Ohè!
Son qui", un documentario del 1965
Fabio
Fazio ospiterà nello studio di Che tempo che fa un’orchestra
di dieci elementi che suonerà dal vivo e tanti attori
e cantanti che ripercorreranno insieme a lui il repertorio
del geniale cantautore milanese. Tra i tanti ospiti, Dario
Fo, Massimo Boldi e Cochi e Renato, che con Jannacci hanno
scritto canzoni indimenticabili. Verrà presentato un repertorio
sorprendente con gli arrangiamenti di Paolo Jannacci e
le voci di Teo Teocoli, Ornella Vanoni, Roberto Vecchioni,
Irene Grandi, J-Ax, Cristiano De André, Paolo Rossi, Antonio
Albanese. In scena ci saranno anche Ale e Franz e lo stesso
Enzo Jannacci, per una serata memorabile.
In
occasione della serata dedicata da Fabio Fazio a Enzo
Jannacci, il palinsesto di Rai3 prosegue con un prezioso
documento filmato ritrovato nelle Teche Rai, è un programma
del 1965 dal titolo “Ohei! Son qui! Incontro con Enzo
Jannacci”.
Da
un treno di emigranti scende alla stazione di Milano
uno stralunato e impacciato Enzo Jannacci, lo accoglie
un sedicente manager, interpretato da Gigi Pistilli,
che si offre come la chiave di accesso al mondo della
radio, della televisione, della discografia.
È
l’occasione per raccontare i primi passi da solista
- il suo disco di esordio formato da pezzi cantati in
dialetto milanese è del 1964 - per ascoltare dalla voce
del giovane interprete canzoni come El portava i scarp
del tennis e L’Armando, divenute ormai parte della storia
della canzone italiana.
Le
mille luci di una carriera lunga mezzo secolo
Enzo
Jannacci è una delle figure maiuscole del cantautorato
italiano.Uno che ha sempre seguito strade sue. sghembe
a sufficienza per non finire fuori ritmo, così poco
rettilinee da consentirgli spesso di stornare senza
che questo muovesse di un'oncia l'affetto e la stima
del suo popolo. Jannacci ha anticipato molte tendenze:
è stato uno dei primi a cimentarsi e a far prosperare
in Italia il genere di canzone comica, con qualche derivazione
demenziale. Alcune irresistibili come "L'Armando"
o "Andava a Rogoredo" (che conservavano comunque
un fondo massiccio di tristezza), altre meno coinvolgenti
come "Il Bonzo", o "Il pesciolone"
, ma tant'è. La promogenitura è sua dal tempo del "Cane
con i capelli". Jannacci è stato probabilmente
anche il primo in Italia a fare un disco "live",
anche se allora non si chiamavano così. Dallo spettacolo
"22 canzoni" fatto da Enzo con Dario Fo, fu
tratto "Enzo Jannacci in teatro" nel 1967:
l'album con "Veronica", "T'ho purtà i
calzett de seda", "La luna è una lampadina",
"Prete Liprando" e "Sfiorisci bel fiore".
Jannacci, peraltro è stato il primo cantautore a tenere
il doppio mestiere per tutta la vita. Paolo Conte ha
smesso di fare l'avvocato, Fabrizio De André non ci
ha neanche provato, Guccini ha piantato lì l'idea di
fare il professore, ma Jannacci per tutta la vita è
stato medico e cantautore. Jannacci è stato ed è anche
una bellissima faccia, invidiata dal cinema che ha cercato
spesso di accaparrarselo e sottrarlo ala canzone, ma
forse il cavallo di razza è troppo maldisposto alle
redini altrui, di chiunque esse siano e ha preferito
galoppare da solo. Dice in un bel video inserito da
Mollica in "Parole e canzoni": "per fare
un libro tu hai a disposizione mille parole, in una
canzone ne devi usare 40, ma devono essere pietre. Ognuna
deve lasciare il segno ed avere un significato, Se vuoi
dargli un significato. Io ho saputo intercettare delle
suggestioni e metterle in canzone. Alla faccia delle
suggestioni! Lunga vita a chi "ha visto un re"
(e non al re) e spazio alle celebrazioni.
(segue)
L'archivista:
Jannacci Vincenzo, fu Giuseppe
Enzo
Jannacci è uno di quelli che ha sempre fatto il doppio
lavoro: un po’ medico e un po’ cantautore. In alcuni
periodi più medico (negli anni ’80), in altri più cantautore
, come nella seconda metà degli anni ’70 quando sfornava
un disco all’anno e tutti di gran successo: il periodo
di “Ci vuole orecchio”, “Vivere”, “Saxophone” (bell’animalone),
“Silvano”, “Quelli che ..”, “Vincenzina e la fabbrica”.
Jannacci con quella faccia da Clark Kent e il fisico
da Nembo Kid quando prendeva un dan dopo l’altro da
cintura nera di Karate. Jannacci, nato con Dario Fo
“che era un po’ come il mio papà – dice lui - poi, invecchiando,
siamo diventati della stessa età”. Jannacci che quando
ha scritto l’Armando si sente chiamare dal suo direttore
a Chirurgia che gli fa: “Bello scherzo che mi hai fatto
a mettermi nella canzone!” “Ma io non lo sapevo che
si chiamava Armando!”. Che poi, racconta, quella canzone
è nata così: È nata così. “Ero in macchina un giorno
che pioveva e mi è venuta in mente la frase “era quasi
verso sera”. E mi è piaciuta, mi è piaciuto il suono
e anche il significato. Solo che dovevo andare avanti.
“Era quasi verso sera … s’ero dietro stavo andando”
e a quel punto lì c’era la canzone! Perché ci sono tanti
nomi che fanno rima con andando, ma lì poteva starci
solo l’Armando!”.
"Aspettando
al semaforo", il libro di Leon Ravasi Un
figlio non dovrebbe mai scrivere del padre: non viene
bene. Cosa può dire un figlio di un padre? Tendenzialmente
non ne può dire che bene. In caso contrario può parlarne
male o malissimo e, pur nella tristezza dell'evento, in
questo caso potrebbe esserci da leggere. Ma Paolo Jannacci
di suo padre non parla male. Anzi. Lo glorifica in controcopertina:
"Ci sono molto persone che lo chiamano genio. Trattasi
in realtà di padre".
Ecco, forse questo è il difetto principale di questo libro:
che Paolo Jannacci cerca disperatamente di essere Enzo,
quando invece è e resta Paolo. Senza che questo sia una
deminutio capitis
E' semplicemente altro e non ha senso stare a rincorrere
le acrobazie verbali, i nonsense, le mancanze di collegamenti
di un simile grande padre. Lasciamole a lui, personaggio
unico e inconfondibile e cerchiamo di farci una ragione
della nostra alterità. Il giovane Jannacci, pur cresciuto
nell'orbita del padre, di anni alle spalle, anche di gavetta,
ormai ne ha tanti e potrebbe più facilmente farsi strada
da sè, uscendo dall'ombra.
"Aspettando al semaforo" promette e non mantiene.
E' poco biografia e molto Paolo. Restano i dialoghi, forse
a quattro mani tra padre e figlio, forse solo del figlio.
I dialoghi sono belli. Surreali e gradevoli. Ma la biografia?
(segue)
"The
best " (2006): il meglio è risentire Jannacci
Quando
Jannacci fa una cosa la fa seriamente. Questo "The
Best" non è un disco transitorio come tanti altri,
non è stato solo messo lì per riempire gli scaffali
così bisognosi di offerte speciali nel periodo delle
vacanze natalizie. E' un The best serio che ci presenta
Enzo in piena forma, che reinterpreta per l'occasione
tutti i brani con i nuovi arrangaimenti, particolarmente
azzeccati di Paolo Jannacci e che non si perita di offrirci
anche una manciata di inediti come una strepitosa "Bartali"
a due voci (e quattro bicchieri) con Paolo Conte. Canto
da avvinazzati sodali, tanto più piacevole, nonostante
le evidenti sbavature perché apparentemente fatto da
due persone che si sono divertite a cantare assieme.
Non
è tutto: "Dona che te durmivet", una delle
canzoni più delicate di Enzo, viene riproposta con un
inedito testo in italiano, diventando così "Donna
che dormivi", ma senza perdere un'oncia del fascino
antico. Ma c'è ancora dell'altro; "Rien ne va plus",
"Mamma che luna c'è stasera" e "Il ladro
di ombrelli" sono tre inediti assoluti. E, almeno
i primi due, di grande valore. "The best"
potrebbe quasi essere un titolo fuorivante e far vendere
qualche cd in meno al dottor Enzo: si dà una scorsa
ai titoli e si dice: "ce l'ho già!" Eh no,
non in questa versione, che è quasi sempre una versione
potente. Ascoltare per credere.
(segue)
"Milano
3.6.2005" (2005): musica che scarnebbia
Enzo
Jannacci ha quella strana caratteristica da sempre di
essere in grado di pioverti dentro. Jannacci non ha una
bella voce in senso canonico e non sono state poche le
volte che ha fatto pensare di starci dentro in acrobazia
alle note segnate sul pentagramma, ma ha una voce di pioggia
e di nebbia, di cartavetra. Ha una voce da persona vera
che nell’Italia dei Claudiovilla e Giannimorandi degli
anni ’60 aveva il sapore di una rasoiata sul modo canonico
di ascoltare e comporre canzoni. E’ passato quasi mezzo
secolo e si canta in modo diverso (grazie anche a Jannacci
e a tanti come lui), ma la voce di Enzo resta sempre quella
che ti emoziona e ti bagna, ti infradicia le ossa come
quella pioggerellina che viene citata in “M’han ciamàa”
(“El piuveva da tri dì / s’eri in cà cui me dulur” – Pioveva
da tre giorni / ero in casa con i miei dolori”) o, come
diceva Gionbrerafucarlo (Gianni Brera - Ndr) come la nebbia
che, salendo, "scarnebbia", scendendo sotto
forma di umido su tutte le cose e, per l'appunto, imbibendole.
L’errore è ascoltare Jannacci nelle giornate di sole.
L’errore è ascoltare Jannacci senza pensare a Milano,
senza vivere Milano, senza almeno immaginare Milano. E
non la Milano del centro o dei quartieri residenziali.
Milano di periferia e nebbie, Milano di storie di persone
piccole, Milano che non c’è più. Enzo disse una volta
in un’intervista che i suoi personaggi non vanno cercati
ora, molti di questi sono memorie che risalgono alla prima
guerra mondiale o al periodo tra le due guerre. Sono i
ricordi di infanzia di un ragazzo del ’35 che ha fatto
in tempo a sentire le storie della Grande Guerra, mentre
attorno a lui scoppiava la Seconda Guerra Mondiale
(segue)
"Un
uomo a metà" (2003):
la grammatica dell'intelligenza
“Poco
più in alto c’è l’aeroplano/ puzza di guerra/ per molti
niente di strano”. “È il disco più bello che abbia mai
scritto”. Così Enzo Jannacci presenta la sua ultima
fatica “L’uomo a metà”, 13 canzoni più una ghost track,
poco meno di un’ora di musica e tutto sul filo di un’intelligenza
emotiva che non deflette mai, né nella musica, né nei
testi.Sono
passati solo 16 mesi dalla precedente uscita discografica
“Come gli aeroplani”, confortata da un buon successo
di vendita, ma soprattutto da un’ottima accoglienza
di critica. “Lettera da lontano”, la canzone dedicata
prima a Silvia Baraldini e poi a Carlo Giuliani, è stata
valutata dal Club Tenco la più bella canzone scritta
nella stagione 2001-2002. Prima, sei anni di silenzio,
una complicata malattia alla schiena, la rottura con
la sua vecchia casa discografica, la Sony “che pretendeva
facessi solo dischi di cover di mie vecchie canzoni
e non prendeva neanche in considerazione le canzoni
nuove che intanto scrivevo”. Dal 1996 a fine 2001, da
“I soliti accordi” (disco mediamente brutto) a “Come
gli aeroplani”, (disco intenso e pluripremiato) per
Jannacci c’è stato solo silenzio. (segue)
"Come
gli aeroplani" (2001): Enzo è tornato a volare
Come
gli aeroplani che, prima o dopo, ritornano sempre a volare,
anche Jannacci Enzo, nato a Milano il 3 giugno del 1935,
ritorno ancora a volare. E ci ritorna con un cd di pura
incazzatura: un disco violento, privo di sfumature, senza
mediazioni e con tanta voglia di fare a cazzotti, con
il mondo discografico, con Berlusconi, con chi ti incatena
in un angolo e ti toglie il diritto di parlare, con i
malanni dell'età, con il successo che arriva e, come una
puttana, senza neanche un bacio ti lascia lì da solo.
Sono passati sei anni di silenzio, dal 1996 a fine
2001, da “I soliti accordi” (disco mediamente brutto)
a “Come gli aeroplani”, (disco intenso) per Jannacci
c’è stato solo pochi spazi per il ricordo.
Ora Enzo
è tornato e alla grande. “Come gli aeroplani” è un disco
di rabbia e solco dopo solco viene su bene, convince,
perche’ questo e’ il solito Enzo Jannacci. Non ci sono
novita’ sostanziali, ma si ride, ci si commuove, si
pensa e ci si indigna. Soprattutto ancora ci si indigna.
(segue)